Le Emozioni

Riconoscerle, misurarle, dar loro un nome.

🎯 Scegli come giocare:

👨‍👩‍👧 Per genitori e insegnanti

Il gioco presenta piccole scene di vita quotidiana — un gioco che si rompe, una festa a sorpresa, il buio della notte — e chiede di lavorarci sopra in quattro modi diversi: riconoscere l'emozione, misurarne l'intensità su un termometro, capire che parole diverse appartengono alla stessa famiglia, e infine dire come ci si sentirebbe davvero. Le emozioni sono nove famiglie, ciascuna con tre gradi di intensità.

🎯 A chi è adatto

4–6 anni: «Che emozione è?». Si legge (o si ascolta) che cosa succede e si sceglie l'emozione fra quattro. È il gradino di partenza: collegare una situazione a un'emozione, che per un bambino piccolo non è affatto automatico.

5–8 anni: «Il termometro». Tre parole della stessa famiglia da mettere in ordine, dalla più leggera alla più forte: fastidio, rabbia, furia. Serve a capire che un'emozione non è tutto-o-niente, ma ha dei gradi.

6–10 anni: «Di che famiglia è?». Data una parola, si dice a quale emozione di base appartiene. È il passaggio più astratto: raggruppare sotto un'unica categoria parole che sembrano diverse.

4–10 anni: «E tu?». Senza punteggio e senza risposte giuste: compare una scena e il bambino sceglie come si sentirebbe lui. Qualunque cosa scelga, l'app gliela conferma.

📚 Osservazioni didattiche

  • Le emozioni hanno un nome, e i nomi sono tanti: il vocabolario emotivo è il primo strumento di autoregolazione. Un bambino che sa dire «sono in imbarazzo» invece di «sto male» ha già un modo per gestire quello che prova, perché può dirlo a qualcuno.
  • Le emozioni sono nomi, non aggettivi: il gioco dice «rabbia», «paura», «vergogna» e non «arrabbiato», «impaurito», «vergognoso». Non è una sfumatura: provare rabbia è qualcosa che passa, essere arrabbiato suona come una descrizione della persona. Separare l'emozione da chi la prova è il fondamento di tutto il lavoro emotivo — e ha il vantaggio di non dover scegliere fra maschile e femminile.
  • L'intensità è una scala, non un interruttore: il termometro insegna che fra il fastidio e la furia c'è di mezzo la rabbia. È quello che permette a un bambino di accorgersi che sta salendo, prima di arrivare in cima.
  • Le scene prima delle parole: ogni domanda parte da una situazione concreta, mai da una definizione. Le emozioni si imparano dagli episodi.
  • Nessuna emozione è sbagliata: nel livello «E tu?» non esiste risposta giusta. È deliberato — di fronte alla stessa scena due bambini possono provare cose diverse, ed è normale. Un gioco che desse un punteggio anche lì insegnerebbe il contrario di quello che serve.
  • L'errore spiega: alla risposta sbagliata compare quella giusta con una riga che dice perché, senza mai commentare il bambino.

🏠 Da fare fuori dallo schermo

  • Il termometro vero: disegnate su un foglio una striscia con tre gradini e attaccatela in cucina. Alla fine della giornata ognuno ci mette un segno: «oggi ero a metà». Funziona meglio se lo fanno anche gli adulti.
  • Il barattolo delle scene: scrivete su dei bigliettini piccole situazioni vere («ho perso il gioco preferito», «domani c'è la gita») e pescatene uno a cena, chiedendo a ciascuno come si sentirebbe. Le risposte diverse sono la parte più utile.
  • Le facce allo specchio: provare a fare la faccia della sorpresa, della rabbia, della vergogna. Riconoscere l'emozione sul volto altrui parte dal farla con il proprio.

ℹ️ Da sapere

  • Nessuna pubblicità, nessuna registrazione, nessun dato raccolto: non si chiede il nome né altro, e niente esce dal dispositivo. Quello che il bambino sceglie in «E tu?» non viene salvato da nessuna parte.
  • L'audio parte acceso — le scene sono lette ad alta voce, e serve ai più piccoli — e si spegne col 🔊 in alto quando serve. La scelta vale per tutte le app kids.
  • Funziona su telefono, tablet e computer, e si gioca con le dita.
  • Nessun tempo limite e nessuna penalità: si può stare su una scena quanto si vuole.

💡 Sessioni brevi (10–15 minuti) accanto a un adulto, e a ogni scena fermatevi a chiedere «e a te è mai successo?». È il collegamento con un episodio vero che trasforma una parola in uno strumento utilizzabile: senza quello resta un vocabolo imparato a memoria.

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💬 Nessuna risposta è sbagliata
E tu come ti sentiresti?
🏆

Alla grande!

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